Unione Italiana Vini torna a chiedere una soluzione rapida per il tema dei vini dealcolati. L’associazione sollecita infatti l’immediata approvazione del decreto interministeriale Mef-Masaf che deve rendere operativa la normativa fiscale, un passaggio che da oltre due mesi è bloccato alla Ragioneria di Stato. La richiesta è stata formalizzata in una lettera inviata ai ministeri dell’Agricoltura e dell’Economia.
UIV ricorda come numerose imprese del settore abbiano già investito in modo consistente: nuovi impianti per la dealcolazione, formazione del personale, strategie commerciali e posizionamento dei prodotti. “Da anni chiediamo condizioni competitive analoghe a quelle dei nostri colleghi europei – sottolinea il segretario generale Paolo Castelletti – che possono contare dal 2021 sul quadro normativo introdotto dal Regolamento UE. Le aziende italiane sono pronte, molte hanno già sostenuto costi importanti, ma oggi la dealcolazione nel nostro Paese resta vietata. Per questo è indispensabile che il decreto-legge fiscale (Dl 17 giugno 2025, n. 84) venga approvato senza ulteriori ritardi”.
Secondo l’Osservatorio UIV, il comparto Nolo – no e low alcohol – rappresenta una delle poche aree in crescita in un mercato mondiale del vino in forte sofferenza. Il valore globale della categoria, che comprende anche i vini dealcolati, è stimato in 2,4 miliardi di dollari e dovrebbe arrivare a 3,3 miliardi nel 2028, con un tasso di crescita annuo composto dell’8% a valore e del 7% a volume.
Nel 2025 la spinta maggiore arriva dagli alcohol-free. Le elaborazioni UIV su dati NielsenIQ mostrano incrementi molto marcati nei primi nove mesi dell’anno: +46% in Germania (5% della quota No-Lo), +20% nel Regno Unito (23% del totale) e +18% negli Stati Uniti (17% della categoria).
Per i prodotti italiani – che oggi devono essere realizzati all’estero – il quadro è positivo in UK (+6% volumi, +10% valore) e negli USA (+17% volumi, +24% valore), mentre la Germania registra un calo del 23%. Le quote di mercato dei vini a zero gradi italiani sono pari al 6% negli Stati Uniti, all’11% in Germania e al 24% nel Regno Unito.

















